Linguaggi

Le mie riflessioni sulle diverse tipologie di linguaggi della ricerca scientifica, nella sua varia e ricca articolazione, hanno preso avvio dalla domanda relativa alla legittimità della radicale differenza che continua a essere posta  tra “scienze umane” e “scienze della natura” facendo riferimento al diverso genere di semantica che viene utilizzata nelle une e nelle altre.

 A giudizio di chi si pone in questa prospettiva il tratto distintivo fondamentale dei linguaggi della scientia sta nella semantica alla quale si fa riferimento quando dal puro calcolo si passa a linguaggi, come quello della fisica, ad esempio, che “denotano”, cioè intendono riferirsi a un dominio extralinguistico. La tipologia di questa semantica, per i grandi della Fisica matematica fra ‘700 e ‘800, è contrassegnata, com’è ampiamente noto, dal presupposto che tutti i fenomeni osservabili siano riducibili alla ontologia elementare soggiacente della materia, del movimento e della forza e che, a quel livello, ogni analisi debba basarsi sulla possibilità di isolare, matematicamente, una sola particella elementare e descriverne il moto, ricostruendo poi, grazie a delle operazioni di integrazione matematica, l’espressione della legge di interazione a distanza in sistemi di particelle. I sistemi di equazioni differenziali devono poter descrivere tutti i fenomeni fisici rilevanti, a partire appunto dalla descrizione dei moti individuali e delle loro progressive interazioni. In particolare, le leggi fisiche, sotto la forma delle equazioni di Lagrange, prima, di Hamilton, poi, devono poter regolare (esprimere la determinazione di) ogni movimento, ogni traiettoria, quindi ogni evento fisico, proprio come le equazioni di Newton-Laplace determinano l’evoluzione dei corpi celesti nei loro campi gravitazionali. E questa determinazione equazionale consente la predizione, misura della validità della proposta teorica, nucleo centrale del rapporto fra esperienza e teoria: si osserva, si teorizza (ovvero si scrivono le equazioni che correlano azioni e forze osservate), si predice l’evoluzione del sistema grazie alle soluzioni di dette equazioni, si raffrontano infine le predizioni con nuove osservazioni. L’efficacia predittiva di una teoria è lo scopo stesso della formalizzazione matematica. La creatività matematica dei nuovi formalismi del ‘700-‘800 permette gradualmente di capire l’Universo tutto espandendo la conoscenza in modo certo e progressivo: le equazioni mirano a ricoprire completamente il mondo, a renderlo intelligibile e predittibile.

La semantica che ne risulta è, pertanto, di tipo a-contestuale, in quanto si basa sull’esigenza di isolare l’oggetto di studio dall’ambiante di cui fa parte e di descriverlo e analizzarlo separatamente rispetto a esso, e analitico e composizionale, ricalcata cioè su quella che Donald Davidson ha definito la “building blocks theory”, ossia la dottrina semantica che esplica il senso di un enunciato, riconducendolo alla somma dei significati delle sue componenti elementari. Davidson presenta la questione nei termini seguenti:

The essential question is whether [reference] is the, or at least one, place where there is direct contact between linguistic theory and events, actions, or objects descrive in nonlinguistic terms. If we could give the desired analysis or reduction of the concept of reference then all would, I suppose, be clear sailing. Having explained directly the semantic features of proper names and simple predicates, we could go on to explain the reference of complex singular terms and complex predicates, we could characterize satisfaction (as a derivative concept), and finally truth. This picture of how to do semantics is (aside from the details) and old and natural one. It is often called the building-block theory. It has often been tried. And it is homeless»[1].

È evidente che una semantica di questo genere, che va dalle parti al tutto e presuppone che il significato di quest’ultimo si risolva interamente nella somma dei significati delle sue componenti, è quanto di più si lontano si possa immaginare dalla semantica dei linguaggi poetici e letterari, cioè dell’humanitas. Non a caso Carlo Bernardini, ad esempio, propone e sostiene una distinzione molto netta tra due tipi di linguaggio: «nel corso dei secoli, viene sviluppato un linguaggio (che chiamerò “di elaborazione”, LdE) diverso da quello di uso comune (che chiamerò “di comunicazione” LdC). I due linguaggi differiscono profondamente: il LdC serve, nell’impiego soggettivo, per la formulazione di registrazioni memorizzabili di informazioni (fatti, opinioni, idee, corredate di valutazioni: giudizi estetici, morali, di attendibilità, talvolta di utilità soggettiva, ecc…); e per lo scambio di quelle informazioni, nell’impiego intersoggettivo. Il LdE, invece, usa le informazioni, particolarmente quelle della realtà circostante, per elaborarle secondo procedure concepite e collaudate al fine di conseguire, secondo una successione di argomentazioni riproducibili e logicamente analizzabili, risultati non contenuti già nelle informazioni di partenza. Il LdC è essenzialmente un linguaggio proposizionale, cioè costruito con parole per ottenere regole minimali di senso che, usando come “atomi del discorso” gli elementi di un vocabolario più o meno esteso e condiviso, rendono la comunicazione comprensibile a più parlanti. Il LdE, invece è essenzialmente un linguaggio formale, simbolico, che, usando regole di manipolazione logica autoconsistente di un repertorio di simboli condivisi (per significato e per uso) rende manifesta una conclusione verificabile degli assunti di partenza: non è difficile verificare che il contenuto dominante del LdE è soprattutto equivalente alla proposizione inespressa “se…allora”, di cui riempie i puntini (possiamo chiamare forse “equazione primordiale” questa tacita proposizione eccezionale. Non è difficile riconoscere, in queste definizioni sommarie, al LdC lo status di strumento di base della cosiddetta “cultura umanistica” e al LdE quello di strumento di base della cosiddetta “cultura scientifica”»[2].
Questa linea di demarcazione, tanto netta e radicale, tra le due tipologie di semantica non può in realtà essere assunta in modo così pacifico.
Come infatti sottolineavo, riferendomi alla meccanica quantistica, già in un’opera del 1991, L’epistemologia contemporanea, in questa teoria  fisica ci troviamo di fronte a un tipo di semantica formale che è capace di descrivere situazioni olistiche e contestuali. Ciò è dovuto al fatto che, nell’ambito di essa, «la referenza non può essere localizzata in un punto particolare del discorso: è quest’ultimo nella sua totalità  che attua il riferimento, per cui non più di referente si dovrà parlare, ma di funzione referenziale da intendersi come una funzione globale ripartita su tutto l’enunciato»[3]. Si riscontra così una vaghezza e labilità dell’abituale e preliminare operazione di identificazione di un referente che «contribuisce non poco a mettere in forse la legittimità della distinzione, che abitualmente siamo portati a compiere all’interno di ogni enunciato, tra segmenti referenziali (destinati, appunto, a far riferimento agli oggetti di cui si parla e ad operare, da soli, questa referenza, indipendentemente dal resto della frase) e segmenti descrittivi (il cui ruolo, invece, dovrebbe essere quello di descrivere le proprietà o il comportamento degli oggetti ai quali i segmenti precedenti si riferiscono)»[4]. L’impossibilità di ridurre la funzione referenziale alla designazione di oggetti e l’esigenza di presentarla come una funzione “spalmata” sull’intero discorso, conferiscono a questo una compattezza e un grado di integrazione tali da far sì che i sensi delle singole parole si fondano e si correlino strettamente, subendo “variazioni semantiche” determinate dalle reciproche integrazioni. Il discorso si trasforma, cioè, in un tutto semantico con un contenuto distribuito sul suo spazio globale»[5].
Si ha in tal modo una “catena di causalità circolare” che, proprio perché produce un’interferenza tra ciò che si descrive e il modo in cui lo si descrive, e dunque tra l’oggetto su cui verte il discorso e il soggetto che ne parla, assegna all’atto di “instaurare una funzione referenziale” il compito di concentrare l’attenzione su determinate proprietà e di selezionare associazioni con certi oggetti, piuttosto che con altri, e quindi di far rientrare l’oggetto medesimo, quando le sue dimensioni siano subnanometriche, all’interno di una prospettiva influenzata in misura tutt’altro che trascurabile dal contesto, in particolare dalle “condizioni di osservazione” e dagli strumenti” di misura, ma anche da quelli linguistici e concettuali, di cui l’osservatore dispone.
Questa “interferenza” tra l’oggetto da osservare e misurare, da un lato, e le condizioni nelle quali si sviluppa il processo di misurazione, dall’altro, in virtù della quale la misura è cocostitutiva dell’oggetto fisico, cioè la sua azione dà la specificazione di quest’ultimo, è una conseguenza dei fenomeni di “entanglement” (intreccio, ingarbugliamento o meglio “intricazione”). Questi ultimi, a loro volta, sono l’espressione di una proprietà fondamentale della meccanica quantistica, che scaturisce dal tipo di relazione tra teoria e misura che si riscontra in essa: quel che si calcola, con la funzione d’onda (l’equazione di Schrödinger), non è quel che si misura. In fisica classica e relativistica si fanno calcoli su numeri reali, che risultano da misure, calcoli che producono a loro volta numeri reali, da verificare con nuove misure. In MQ, si calcola su numeri complessi, in spazi di Hilbert molto astratti, anche di infinite dimensioni, fuori quindi dallo spazio-tempo usuale, per poi produrre dei numeri reali, come proiezioni (valori assoluti) dei numeri complessi ottenuti con il calcolo. Tali valori sono la probabilità di ottenere certi risultati nel processo di misura e, nel verificarli con la misura, da una parte risultano dipendere dall’ordine della stessa (non commutatività), dall’altra possono essere correlati se relativi a particelle intricate.
Il fenomeno dell’intricazione è stato verificato nel 1982 dal fisico francese Alain Aspect, il quale ha riscontrato che due o più particelle descritte da un’unica funzione d’onda y possono, in particolari condizioni, mostrare correlazioni istantanee senza scambio d’energia. Questa conclusione è la conseguenza di un tratto distintivo fondamentale della MQ. Dal formalismo di quest’ultima (l’equazione di Schrödinger, in particolare) si deduce che se due sistemi hanno interagito ad un istante t = 0 e risultano poi separati, senza più alcuna interazione fra loro all’istante t = T > 0, si può, misurando solo uno di essi, conoscere con certezza il valore di una stessa misura sull’altro, all’istante T. Due particelle “intricate”, si dirà poi, permettono una conoscenza istantanea del valore di una misura fatta sull’una grazie alla misura fatta sull’altra. Se la prima ha lo spin “up”, per dire, si è certi, che lo spin dell’altra è “down”, se misurato. Iterando lo stesso identico processo, si può ottenere spin “down” per la prima: allora la seconda avrà spin “up”.

Così, l’equazione di Schrödinger permette di calcolare l’evoluzione di un sistema di particelle intricate e fornisce dei valori “correlati” di probabilità, per eventuali misure. Questa situazione è ovviamente paradossale e del tutto inspiegabile dal punto di vista della fisica precedente a questa rivoluzione: infatti, se si lanciano due monete «classiche» in aria e queste interagiscono (si toccano, per dire) per poi separarsi definitivamente, le analisi probabilistiche dei valori testa-croce assunti dalle due monete sono del tutto indipendenti. Nella meccanica quantistica, però, si verificano effetti non locali che ci obbligano a rivedere radicalmente la nostra concezione dello spazio e del tempo.

Con il fenomeno dell’ intricazione si ha a che fare con un oggetto composto: lo stato di questo oggetto composto è puro (una informazione massimale) e determina gli stati delle parti, che non possono essere puri. L’attribuzione del significato va quindi dal tutto (stato puro dell’oggetto composto) agli stati delle sue parti, ed è per questo che la semantica alla quale riferirsi è una semantica olistica, basata sulle caratteristiche olistiche del formalismo quantistico. Questo stato di cose ha determinato la proposta di adottare un nuovo tipo di logica, la logica quantistica, nella quale la verità di una disgiunzione in generale (quantum or) non implica, come nella logica classica, la verità di almeno un membro. Per quanto “strampalata” possa sembrare questa soluzione, va ricordato che essa trova applicazione concreta nei computer quantistici, che possono seguire diversi percorsi nello stesso tempo.

Nella semantica, suggerita dalla computazione quantistica, sono pertanto soddisfatte le condizioni seguenti:

  • I significati globali (che possono corrispondere a una Gestalt) sono intrinsecamente vaghi, in quanto lasciano semanticamente indecise molte proprietà rilevanti degli oggetti studiati;
  • ogni significato determina alcuni significati parziali, che sono di solito più vaghi del significato globale;
  • i significati (Gestalten) possono essere rappresentati come sovrapposizioni di altri significati, eventualmente associati a valori di probabilità.

In virtù di questi sviluppi “oggi si comincia a capire come il misterioso  entanglement quantistico, che rappresenta la caratteristica più intrigante delle situazioni EPR, possa avere anche delle applicazioni logiche interessanti per descrivere fenomeni di olismo e di contestualità semantica. Le teorie semantiche tradizionali, fondate sulla logica classica, sono anti-olistiche e analitiche. Infatti, in queste teorie, vale un principio generale di composizionalità secondo cui il significato di una espressione composta deve essere determinato dai significati delle sue  parti. E i significati vengono descritti sempre come precisinon ambigui. Tutto questo fa sì che la semantica classica sia difficilmente applicabile a un’ analisi adeguata delle lingue naturali o dei linguaggi dell’ arte, dove aspetti olistici, contestuali e ambigui hanno un ruolo fondamentale. Nell’ ambito del formalismo quantistico, invece, si possono creare stati di conoscenza entangled, dove  l’ informazione intorno al  tutto determina le informazioni contestuali intorno alle parti.  E, in generale, risulta impossibile invertire il procedimento, ricostruendo l’informazione globale come  combinazione di informazioni parziali sugli elementi componenti. E come se, una volta rotto nei suoi pezzi, il puzzle non potesse più ricomporsi  ricreando l’ immagine originaria”[6].


[1] D. DAVIDSON, Reality without Reference. In: PLATTS M., ed., Reference, Truth and Reality. Essays on the Philosophy of Language, Routledge & Kegan Paul. London, 1980 pp. 134-135.

[2] C. BERNARDINI, Seminario di filologia francese, A cosa serve la letteratura, http://www.filologiafrancese.it/index.php?menu_sez=a_cosa_serve_la_letteratura2

[3] S. TAGLIAGAMBE, L’epistemologia contemporanea, Editori Riuniti, Roma, 1991 p. 252

[4] Ivi, p. 96.

[5] Ivi,  p. 97.

[6] M. DALLA CHIARA, R. GIUNTINI, A. R. LUCIANI, E. NEGRI, Dall’informazione quantistica alla musica, cit., p. ….

Le Pubblicazioni su questo tema:

1. Alcuni aspetti dello strutturalismo,  in L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol. VII, Garzanti, Milano, 1976, pp. 40-77;

2. La mediazione linguistica. Il rapporto pensiero-linguaggio da Leibniz a Hegel, Feltrinelli, Milano, 1980;

3. I linguaggi della scienza, ‘Scientia’, vol. 116, IX-XII, 1981;

4. Pensiero e linguaggio in Hegel, ‘Quaderni dell’Istituto della Volpe’, n. 3, 1982;

5. La perception visuelle comme métaphore, ‘La pensée’, n. 230, 1982;

6. Marx a Babele: orgoglio (e pregiudizi) della ragione, in AAVV, Marx, un secolo, Editori Riuniti, Roma, 1983, pp. 273-308;

7. I problemi dell’apprendimento del linguaggio verbale, in A. Volpi, (a cura di), Apprendimento e comunicazione,  Tecnodid, Roma, 1990;

8. Filosofia aristotelica, retorica e scienza contemporanea,  ‘Nuova Civiltà della macchine’, 1994, n.1, pp. 167-191;

9. Multimedial Languages  (in collaborazione con G. Usai), ‘Politica Internazionale’, No. 1/2, January-April 2001, pp. 201-208;

10. La vittoria di Babele. Dalla filosofia naturale alla separazione dei linguaggi,  ‘ Civiltà delle macchine’, anno XVIII, n. 4, 2000, a cura di S. Tagliagambe;

11. La svolta semantica. I luoghi della convergenza tra scientia e humanitas oggi, in R. Cirino. A. Givigliano, a cura di, Filosofia e scienza. Percorsi di ricerca e spazi di discussione,  Aracne, Roma, 2010, pp. 13-45;

12. Prefazione a A. Marinucci, Tra ordine e caos. Metodi e linguaggi tra fisica, matematica e filosofia, Aracne, Roma, 2011, pp. 13-29;

13. D. Antiseri, P. Maninchedda. S. Tagliagambe, La libertà, le lettere, il potere,  Rubbettino, Soveria Mannelli, 2011;

14. Postfazione a F. Paoli, C. Crespellani Porcella, G. Sergioli, Ragionare nel quotidiano. Argomentare, valutare informazioni, prendere decisioni, Mimesis, Milano-Udine, 2012, pp. 225-245;

15. Il linguaggio delle utopie, in D. Antiseri, a cura di, La responsabilità del filosofo. Studi in onore di Massimo Baldini , Rubbettino, Soveria Mannelli, 2012, pp. 75-85;

16. La dialettica classica di forma ed evento come chiave di lettura del mondo contemporaneo,  in L. Canfora-U. Cardinale, a cura di, Disegnare il futuro con intelligenza antica. L’insegnamento del latino e del greco antico in Italia e nel mondo, il Mulino, Bologna, 2012, pp. 69-87.

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